Il ''simbolismo'' dell' Artista medese Sergio Carlin e la sua storia

 ''Il più bel paesaggio da dipingere è la figura femminile'' questo è il ''credo'' del simbolista Sergio Carlin

L' Artista nato a Mede nella bassa Lomellina, racconta la sua storia e le motivazioni che hanno ispirato la sua arte.
 

Se, la  crescita nella prima parte dell'infanzia si svolge nei locali di una osteria, tra il finire degli anni '50 e i primi anni '60, non vi e' dubbio che la "formazione" di un soggetto e' diversa da quella di coetanei che frequentano l'asilo dalle suore. La figura maschile di riferimento non e' solo quella paterna ma, di decine di uomini dalle diverse caratteristiche comportamentali che frequentano quel luogo, rimane unica e preziosa la figura materna. 
Inevitabilmente ci si ritrova  ad osservare gli adulti, il loro modo d'essere spesso diseguale l'uno dall'altro. Emerge la consapevolezza che un bambino e' soprattutto un piccolo adulto, le capacita'di elaborare ciò che sente e osserva  sono notevoli, di conseguenza esprime intimi giudizi. Anni vissuti serenamente, un anticipo importante di scuola di vita. Poi il tempo dell'altra scuola, quella dell'istruzione, da sempre attrattiva, la sete di conoscenza, i primi sogni da chiudere nei cassetti, ancora non vi e' posto per gli scheletri nell'armadio. L'attrazione per compagni che hanno il coraggio di infrangere le severe regole, per coloro che hanno poco, per i più sfortunati e deboli, quelli che hanno la triste prerogativa di rientrare nei piani del patronato scolastico come me e, con vergogna chiedere al maestro di prendere un nuovo quaderno dall'armadio, di vestire abiti dismessi da chi sta' crescendo e ha la possibilità di acquistarne dei nuovi, questo non viene percepito umiliante, ma forse imbarazzante, quasi la propria condizione fosse una colpa. In seguito, da adolescente, lunghi periodi di sacrifici e continue rinunce, ciò se non stronca, tempra. Tempra al punto di non avvertirne nemmeno il peso, anzi fa capire che nella vita i valori sono altri non quelli materiali e, ciò che si ottiene lottando con le proprie forze ha maggior valore di quello che si riceve in dono. Arriva il tempo della scuola media superiore, mai portata a termine a causa dell' indole ribelle che rifiuta schematicità e omologazione, in una scuola vecchia, obsoleta, totalmente da rinnovare.
E' un errore abbandonare la scuola, se si vuole lottare per un obiettivo, lo si fa da dentro, non da fuori, inoltre con il tempo sale sempre più il rimpianto di non ottenere  quel famoso foglio di carta, la laurea, non tanto per possedere un certificato che legittima una presunta intelligenza colta, ma per il fatto che ci si pone a digiuno della conoscenza. Col tempo leggendo molto e di tutto, questo handicap viene superato. Rimane vivo il ricordo del '68, anni della contestazione giovanile con l' utopia di creare un mondo migliore, un credo fortissimo. Sono molti i lavori manuali che intraprendo: i mercati di frutta e verdura, l'imbianchino, il garzone di parrucchiere, l' addetto all'imbottigliamento del vino. Contemporaneamente si fa strada la passione per il calcio che mi fa intravedere ottime prospettive ma, ahimè, il sogno viene stroncato in allenamento con la frattura di un piede. A questo punto si fa sentire l'esigenza di un lavoro serio e continuativo, ed eccomi a quindici anni apprendista orafo, un' ottima opportunità per sviluppare la creatività che pervade la mia anima. Otto anni di lavoro e la presunzione di saperne a sufficienza, il gran desiderio di sentirsi liberi da vincoli con altri e indipendenti dalle volontà di terzi, mi porta alla decisione di aprire una bottega orafa in proprio. La scoperta d'essere in possesso di una dote importante, la fantasia e una certa abilità con le matite, l'ambizione di disegnare e realizzare oggetti unici, non solo gioielli ma anche paesaggi, nature morte, fiori e figure femminili, mi viene naturale. L'amore per la musica, arte raffinata e il sacrificio non indifferente per l'acquisto di un pianoforte verticale, mi spinge a prendere lezioni di musica quella, per così dire, "seria", di conseguenza, sere e notti spese ad esercitarmi al pianoforte. Se l'animo è creativo il sacrificio da i suoi frutti e, la necessita' di comporre qualcosa di proprio e scrivere su un pentagramma arriva di conseguenza, naturalmente.  A questo punto diventa necessaria ed inevitabile l' iscrizione alla S.I.A.E. con tanto di esame da superare. Con un amico chitarrista nascono canzoni e l' opportunità di ottenere colloqui e audizioni con un dirigente di una casa discografica di Milano per tentare di realizzare un sogno. Non sempre si cede a compromessi, la musica "raffinata" esige parole d'amore e non testi "impegnati" o di protesta. Generalmente, non cedere a compromessi significa rimanere al palo, in fondo che importa? A volte anche perdere ha il suo miele. Non sempre si ha il tempo per fare ciò che si vuole, il lavoro richiede impegno, spesso si finisce per trascurare qualcosa, per esempio l'esercizio al pianoforte, a volte si fanno errori che poi vanificano mesi e mesi di studi e sacrifici, lasciando così, dentro di noi, molti rimpianti.
 L'arte però sembra non voglia lasciarsi trascurare da me e la pittura è un ottimo mezzo per dare sfogo alla creatività ed è anche un ottimo linguaggio visivo, adatta a trasmettere emozioni e soprattutto suggerire interrogativi, nello stesso tempo e' cultura e di conseguenza richiede conoscenze. Il modo migliore è leggere molto, approfondire la conoscenza della storia dell'arte, visitare musei e città viaggiando molto. Diventa indispensabile sacrificare per questo, le vacanze al mare per le città d'arte. Ovvio anche allargare i propri orizzonti, aprire la mente al pensiero e a modi diversi  di vedere e di capire, di ragionare sui quesiti che la vita ci pone. Per tutto questo, l'interesse per la filosofia e' un  percorso ideale. Filosofia coniugata alla pittura! Un matrimonio perfetto per evitare banalità artistiche. Entusiasmante sfida con se stessi e tentativo di rivalutarsi senza spirito vendicativo nei confronti di un docente di disegno che in un remoto tempo scolastico, stronca gli entusiasmi con una bocciatura.
Imboccata la via artistica e le scelte tecniche, la stesura dei colori a olio su tela in modo lieve e imporoso fa pensare alla pittura degli affreschi del '400 e del '500, periodo storico-artistico da me sempre amato. La scelta dei colori e della luminosità con una particolare attenzione agli accostamenti e alla cromaticità dell'insieme, la rinuncia quasi totale a ombre, rompe la tradizione dei quadri bui. Nel suo insieme, tutto ciò mi ha permesso di ottenere una chiara e precisa identità pittorica al punto d'essere immediatamente riconoscibile. Questo è l'obiettivo principale di ogni artista, uno status importantissimo. I primi estimatori? Critici e maestri d'arte emiliani e romagnoli, molte le mostre in quei luoghi, il sottile piacere e l'imbarazzo dell'appellativo "maestro". Una menzione particolare e doverosa va a quello che io considero il più bel paesaggio da dipingere: la figura femminile, immagine di dolcezza e bellezza, un rapporto con essa mai causa di delusioni, di una fragilità pari al cristallo a cui accostarsi con particolare cura. Da sempre relegate nei secoli a ruoli di secondo piano, praticamente schiave in funzione dei bisogni maschili e atte al sacrificio perenne in tanti impegni quotidiani, spesso costrette a lavori umilianti. Nell'intento di elevare su un piedistallo la figura femminile, dipingo questa stupenda creazione dell'universo, ammantata da un velo di mistero, poiché la donna è mistero.


MOSTRE

Roma Trastevere: Galleria Spazio 40
Forlì: Palazzo comunale Albertini
Vigevano: Castello Sforzesco, locali Cavallerizza
Udine: Galleria Art Time  
Faenza: Biennale          
Mede: Castello Sangiuliani
Mede: Galleria Allegri    
Forlì: Fiera Arte Contemporanea
Castrocaro Terme: ''cantinazza''      
Pievequinta: Palazzo Morettini
Mortara: Civico 17          
Trinitapoli: Museo degli Ipogei
Pavia: Palazzo del Broletto
Milano: Lounge Museum

L' Artista Sergio Carlin è parte del progetto ''Finestre Aperte'', patrocinato dal comune di Forlì, finalizzato all'avviamento dell'arte pittorica di soggetti disabili.

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NOTE CRITICHE

L’artista Sergio Carlin è giunto alla pittura dopo anni dedicati alla lavorazione di oggetti  preziosi, che hanno contribuito sicuramente a sviluppare in lui il gusto per la decorazione minuziosa e la raffinatezza delle combinazioni cromatiche. Per sua stessa ammissione, egli è un pittore simbolista e quindi non lo attrae tanto la riproduzione realistica della realtà ma, il coglierne l’essenza più profonda e segreta tramite mille accostamenti di carattere analogico che rinviano a una visione profondamente  unitaria del reale. Al centro della sua ricerca vi è la figura femminile, avvertita spesso come una presenza inquietante e misteriosa. Carlin infatti avverte il fascino della bellezza muliebre ma, nello stesso tempo ne subisce la forte ambivalenza, in termini sia etici, sia estetici: la bellezza, infatti, è anche desiderio sensuale oltre che pura contemplazione e non sempre il secondo atteggiamento prevale sul primo, anzi a volte entrambi restano sospesi in perfetto equilibrio.
Prof.Cosimo Antonino Strazzeri,critico d’arte e curatore della mostra “Il corpo e l’anima” Museo degli Ipogei - Trinitapoli (BT)
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Suggestiva, evocativa, allusiva, la pittura di Sergio Carlin esprime un segno lieve e policromo, un  sapiente distillato di luci e colori che trae vita e alimento dalla stoffa imporosa e impalpabile del sogno. Qui, tuttavia, la lezione dei surrealisti appare sublimata, il mondo magmatico e oscuro dell’inconscio decantato, l’irrazionale nigredo superata e vinta da una luminosità diffusa e priva di ombre: tutto è rivelato nella compiutezza di una misura trasparente, rischiarato da un gesto nitidamente consapevole e perfettamente cosciente di se e del proprio operare creativo. Si potrebbero ricercare dotte citazioni della pittura toscana del quattrocento e del cinquecento, probabilmente ciò che accomuna Carlin ai pittori rinascimentali non è tanto la pulizia, quasi maniacale, del tratto o la levigata levità, tipica della stesura d’affresco, quanto piuttosto, un profondo desiderio di bellezza e di armonia, un’intima aspirazione a cogliere, attraverso la rappresentazione artistica, i segnacoli di un mondo ideale. Vi è un'arte attratta irresistibilmente verso il basso, calamitata dalle dimensioni infere della follia e del caos, narcisisticamente compiaciuta del proprio nonsenso, ma, parallelamente a questa, scorre anche una fonte alternativa che, attraverso diversificate modalità, pone al centro del suo percorso modelli interpretativi basati sull'esigenza di una comunicazione effettiva ed autentica: a quest'ultima  tipologia va ascritta, senza alcun tema di smentita, la pittura simbolista di Sergio Carlin.      
Prof. Piero Ferrari, critico d'arte e docente di filosofia
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''Personale'' dal titolo ''Enigma e Trasparenze''
Questo titolo, cosi’ fortemente emblematico, spalanca una strada diretta verso il cuore pulsante della concezione  pittorica dell’artista, chiarendone  nel contempo il suo ruolo come strumento per leggere se stesso ed il mondo che lo circonda. Anzi, è forse proprio la sua incapacità di adattarsi ad una realtà che non lo soddisfa, a dettargli la direzione, additando una sorta di via d’uscita preferenziale del tutto personale. La pittura di Sergio Carlin ci apre alla scoperta e quindi all’esistenza di un mondo parallelo, fiabesca proiezione mentale di una surrealtà animata da esseri misteriosi ed inquietanti, che paiono mantenere sensi costantemente vigili nella osservazione della vita che scorre nella banalità quotidiana della nostra dimensione. Lì per lì verrebbe da etichettare questa pittura nell’ambito del surrealismo storico, se non fosse per quei continui richiami ad un classicismo di maniera, di estrazione squisitamente metafisica. Tuffarsi nel fluttuare delle sensazioni che dettano le strane storie, che Carlin racconta, ci spinge poco alla volta fuori dalla nostra dimensione, perdendoci dietro una visione onirica in cui l’esistenza umana viene osservata con gli occhi del dubbio, della riprovazione e forse della condanna, in un giudizio etico che pare davvero senza appello.
Prof. Giuseppe Castelli, storico e critico d’arte